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Diari di Viaggio
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Vecchio 29-08-2009 20.06.43
Scandinavia - Interrail
Autore: Micio87
 
Continente: Europa
Visite: 25,473
Periodo del Viaggio: 28 Luglio - 19 Agosto 2008
 InterRail 2008: Norvegia - Svezia -  Finlandia



Diario di Viaggio - Periodo: 28 Luglio - 19 Agosto 2008

A cura di: Daniele Gatti (micio@email.it)

 

Tappa per tappa:

28/07 Milano – Londra (Aereo)

28/07 Londra – Oslo (Aereo)

30/07 Oslo – Stavanger (Treno)
31/07 Stavanger – Tau – Preikestolen (Traghetto – Bus)

01/07 Stavanger – Bergen (Bus)

03/08 Bergen – Myrdal (Treno)

03/08 Myrdal – Flam (Treno)

03/08 Flam – Bergen (Traghetto)

04/08 Bergen – Oslo (Treno)

04/08 Oslo – Trondheim (Treno)

05/08 Trondheim – Bodø (Treno)

06/08 Bodø – Moskenes (Traghetto)

06/08 Moskenes - Å (Bus)

07/08 Å – Reine – Hamnoy - Å (Bicicletta)

08/08 Å – Svolvær (Bus)

08/08 Svolvær - Kabelvåg (Bus)

08/08 Kabelvåg - Svolvær (Bus)>>

09/08 Svolvær – Skrova (Traghetto)>>

09/08 Skrova - Svolvær (Traghetto)

10/08 Svolvær - Narvik (Bus)

10/08 Narvik – Luleå (Treno)

11/08 Luleå – Haparanda/Tornio (Bus)

11/08 Tornio – Kemi (Bus)

11/08 Kemi – Kuopio (Treno)

13/08 Kuopio – Helsinki (Treno)

15/08 Helsinki – Stoccolma (Traghetto)

19/08 Stoccolma – Arlanda (Treno)

19/08 Arlanda - Vienna (Aereo)

19/08 Vienna – Milano (Aereo)

Un sogno a lungo atteso

Il Grande Nord è terra di leggende: vi si narrano a proposito storie mirabolanti di battaglie vichinghe combattute al largo delle coste e sulle spiagge degli sventurati popoli razziati e decimati, di mostruosi kraken marini così grandi da essere scambiati per isole dagli sventurati marinai e pronti a tirare sott'acqua qualsiasi nave con la forza dei loro devastanti tentacoli, di inverni lunghi tre volte il normale che presagiscono al Ragnarök, l'ultima battaglia degli Dei che porrà la parola fine a questo mondo dopo un’epica lotta in cui tutti si uccideranno per poi ricostruire il mondo intero dal principio. Il sole alla mezzanotte non tramonta mai, risalendo beffardo prima di toccare l’acqua e illuminando costantemente le rocce che si tuffano vertiginosamente in mare senza alcun preavviso, scavate nei millenni dall'acqua lentamente sciolta negli enormi e maestosi ghiacciai montani. Oppure cambia idea e per molti mesi non si mostra, preferendo mandare solo qualche flebile raggio di luce come messaggero. Queste antiche leggende non hanno mai smesso di affascinarmi profondamente fin da quando non raggiungevo il metro di altezza, facendo sorgere in me il germe dell'amore per queste lande, nato molti anni orsono e mai sopito, fino a quando non ho avuto la reale possibilità di vedere con i miei occhi e calpestare con le mie scarpe queste terre così misteriose. Ognuno sa in cuor suo quali sono i suoi sogni ed è tenuto a custodirli gelosamente finché il destino, a volte beffardo e crudele ma altre così benevolo da concederci dei regali indimenticabili, dia la possibilità di realizzarli, andando ad arricchire il nostro spirito in maniera incalcolabile. La trasformazione interna opera in ogni viaggio che sia affrontato col cuore e con lo spirito giusto. Questo è ciò che di meraviglioso ogni viaggio cela: non è solamente una carrellata di nuove terre che appaiono una dopo l’altra davanti agli occhi, immagazzinandosi sterilmente nella memoria, ma un momento in cui si ha la possibilità di plasmare la propria anima, non permettendole di diventare un insensibile pezzo di legno di fronte a ciò che le appare davanti, e costringendola a cambiare. Il cambiamento è vita, l'animale che non si evolve si estingue. Solo in due, armati unicamente di carta geografica e guida turistica, coraggio e speranze, nonchè di biglietto Interrail che permette di usufruire quasi liberamente delle linee ferroviarie ovunque in tutta Europa. Il Grande Nord aspetta impaziente, e non ha più tempo. L'occasione è da prendere al volo, o l’ultimo treno partirà senza di noi.

Ansia

Siamo seduti in una delle tante aree di sosta per i passeggeri del ben conosciuto e affollato aeroporto della Malpensa, in paziente attesa del primo dei due aerei che ci porteranno fino alla capitale norvegese. Fuori dalle ampie finestre possiamo scorgere le centinaia, forse migliaia di automobili lasciate poco fa dai viaggiatori, che come noi stanno trascinando i loro bagagli su dei pratici carrellini a rotelle, mettendoli uno a uno sul nastro trasportatore che li inghiotte inesorabilmente dietro le bande pendenti di plastica flessibile per portarli nei posti più disparati. Mi sento legato a loro da un invisibile ma potente filo conduttore: tutti stiamo lasciando la sicurezza della vita ordinaria per metterci in qualche modo in gioco, scegliendo ognuno la propria sfida personale, da vincere per tornare a casa con un po' più di tesori nel cuore e nella mente di quanti ne avessimo prima di partire. Mi diverto ad osservare le persone che mi passano davanti senza sosta come formiche, cercando di immaginare cosa celino in quel bagaglio così ingombrante che non passa da qualsiasi check - in ordinario e deve essere incanalato nel trasporto apposito, o in quella borsa così piccola che sembra poter contenere al massimo i vestiti per due giorni, e magari serve per un viaggio di una settimana o più. Chissà se anche gli altri si chiedono ciò guardando noi, ormai muniti solo di zainetto e seduti uno a fianco all’altro con le fattezze simili al punto da essere frequentemente scambiati per fratelli gemelli.

Nonostante le diverse ore di attesa che abbiamo ancora davanti, non ho voglia di mettermi a passeggiare per i saloni dell'aeroporto. Preferisco rimanere stravaccato sulla poltroncina aspettando che il luogo mi fornisca qualche stimolo per alzarmi, ma a parte il febbrile movimento dei passeggeri a venire c'è ben poco che possa risvegliare la mia ancora incredula coscienza. Per scaramanzia non voglio immaginarmi nulla della mia destinazione. Le domande che mi frullano in testa su ciò che troverò una volta arrivato e soprattutto su come ce la caveremo vengono temporaneamente accantonate, lasciando spazio ad una marcata ansia che mi prende ogni volta che devo salire su uno di questi mezzi volanti. Una tensione generale che decido di curare solo con le mie forze, calmandomi poco a poco da solo, senza affidarmi a pericolosi sedativi che non si sa mai quali strani effetti possano sortire. Va a momenti: per qualche minuto credo di essermi calmato definitivamente, per poi sentire all'improvviso una lieve fitta all'epigastrio che mi ricorda inesorabile che sono ancora a terra e che la trasvolata non è ancora cominciata. In questi momenti di attesa mi chiedo se il viaggio che sto per intraprendere non possa essere l’ultimo della mia vita: non essendo mai stato in procinto di allontanarmi da casa per così tanto tempo, senza tutto ciò a cui sono abituato, avverto una sensazione inspiegabile, come di qualcosa di conclusivo. Difficile capirne i motivi: non si tratta di un pericolo fisico o dovuto alle persone che incontrerò, e nemmeno quello dovuto a un disastro aereo: è completamente differente, posso capirlo solo io. Tutto ciò non fa che aumentare le fitte allo stomaco e i pensieri negativi che stanno lottando contro quelli positivi per avere il sopravvento, ma presto mi convinco che non sto intraprendendo un viaggio di non ritorno, bensì esattamente il contrario! Questo pensiero mi fa subito sentire molto meglio e smetto per un po’ di preoccuparmi.

Qualche ora dopo siamo già in volo a svariate migliaia di metri di altitudine, vedendo piano piano la città di Milano divenire sempre più piccola fino a diventare quasi indistinguibile dal paesaggio. La visuale esterna è annebbiata ad intermittenza mentre l’aereo attraversa numerosi banchi di minutissime goccioline sospese. Nel momento del passaggio oltre le nuvole, lampi di condensa lattiginosa saettano velocissimi scomparendo dopo pochi centesimi di secondo, fino ad arrivare nuovamente nell’aria pura dove la visuale si riapre, stavolta con un pavimento di nuvole e non di terra. Ora mi rendo conto, forse per la prima volta, che la situazione in cui mi trovo è definitivamente irreversibile: qualsiasi ripensamento, dubbio o pentimento ormai non ha più senso, viene inghiottito dal veloce sfrecciare dell'aereo che mi porta sempre più lontano da casa alla velocità di quasi ottocento chilometri orari, cancellando ogni barlume di attaccamento alla patria e al sicuro e riparato ambiente casalingo. La gioia spazza via l’inquietudine e la paura: mi sento in una botte di ferro, nonostante non sia ancora arrivato a terra. Dopo gli innumerevoli campi coltivati francesi, sorvoliamo lo splendido stretto della Manica, in direzione di Londra per lo scalo intermedio a Heathrow. Siamo partiti da nemmeno un’ora e già si vedono i primi frutti da collezionare. Chissà quanti altri ne seguiranno.

Heathrow

L’enorme aeroporto londinese è affollatissimo, colorato ovunque da pannelli luminosi di un giallo sgargiante e riempito in ogni angolo disponibile da boutiques e negozi di ogni genere. La scena di poche ore fa si ripete, ma con qualche lieve differenza: la tensione che mi attanagliava le viscere ora è completamente svanita, mi sento già arrivato a destinazione e quasi non penso al secondo aereo che prenderò di lì a non molto. Se sono sopravvissuto al primo, non potrà succedere più nulla di male. Pigramente seduti su una panchina di legno inganniamo il tempo osservando un padre che rincorre lentamente il figlioletto di pochi anni che si nasconde continuamente dietro le colonne, ingenuamente convinto di non esser visto. Paiono proprio divertirsi: non si curano di nulla di quello che hanno di fianco, nè di noi che li fissiamo, nè delle donne delle pulizie che svuotano i cestini pieni fino all'orlo a due passi da loro, nè degli altri passeggeri che a volte devono scansarsi leggermente per non essere investiti dal vivace marmocchio, nè degli avvisi all'altoparlante che annunciano l'ultima chiamata per imbarcarsi su un dato volo. Sto cominciando a ciondolare di lato con la testa, la lunga attesa mista alla monotonia dell'atmosfera di aeroporto mi sta leggermente snervando, mi distraggo nuovamente ascoltando un po' di musica quando padre e figlio se ne vanno dai dintorni delle colonne lasciandoli vuoti. Le rabbiose ed intense melodie di chitarra e basso che scaturiscono dagli auricolari accelerano notevolmente il trascorrere del tempo, fino a quando appare finalmente sul tabellone il numero del nostro terminale, a lungo scommesso tra noi. Presto siamo nuovamente allacciati strettamente alle poltrone con il sibilo delle potenti turbine che si fa sempre più forte, accelerando vertiginosamente e librandoci ancora una volta nell'aria per raggiungere finalmente la tanto agognata Norvegia. Le utili televisioncine di bordo tengono traccia della posizione dell’ aereo minuto per minuto, con tanto di striscia colorata che si allunga progressivamente. Ci pensano dei fantastici tramezzini farciti di ogni leccornia a condire il tutto nel migliore dei modi.

Presto sono visibili i primi accenni della notoriamente frastagliata costa nordica: sembra che qualcuno si sia divertito a sbriciolare un’enorme torta di terra, lasciando i rimasugli sul bordo a formare una cortina che avvolge la costa ancora rimasta intera. Tante, tantissime isolette, alcune minuscole altre più estese, che non lasciano nemmeno un pezzettino di litorale diritto e regolare. Osservarle è un piacere, mentre l'aereo scende al ritmo di dieci metri al secondo definendo sempre più i particolari alla nostra vista. Intravedendo i primi sprazzi di città, la curiosità sale: ora è tempo di farmi la domanda che a Malpensa avevo temporaneamente accantonato. Come si presenterà Oslo ai miei occhi? Sarà una meraviglia di architettura nordica da lasciare senza fiato, od un'ordinaria città senza arte nè parte?

Le sorprese ad Oslo non mancano, a cominciare dall'aeroporto: la prima cosa che ci colpisce è un interminabile corridoio di legno, preso nella morsa di un calore asfissiante dovuto alla mancanza di ricambio d'aria e al sole che trafigge i vetri da parecchie ore, implacabile. Nelle poche centinaia di metri che ci separano dall'ambiente climatizzato cominciamo già a sudare abbondantemente sotto le nostre felpe pesanti, impreparati a questo sbalzo termico così severo. È dalla tarda mattinata che non possiamo uscire a respirare l'aria fresca dell'esterno: fortunatamente nel locale check – out il climatizzatore funziona e smettiamo di fondere sotto i vestiti. Gli imprevisti non sono però finiti: proprio davanti a noi nella fila c’è una numerosa famiglia di colore, probabilmente proveniente dall’Africa nera, i cui componenti devono essere chiamati tutti per nome, con conseguente grossa perdita di tempo. Alla fine il controllore di aeroporto scoppia a ridere insieme a tutta la famiglia, per quella situazione così imbarazzante. Quando la conta degli impronunciabili nomi finisce e l’ultimo corridoio è finalmente terminato, possiamo uscire: dopo ore e ore costretti al chiuso respiriamo a pieni polmoni la fresca aria esterna per ossigenarci il sangue a dovere, subito prima di iniziare a correre per prendere il primo treno appositamente istituito per fare spola dall'aeroporto fino alla città. Tra pochissimo percorrerà i quarantasette chilometri che separano i due, e non abbiamo nessuna intenzione di perdere subito il primo treno, avendo programmato un percorso composto in gran parte da spostamenti su binari. Sarebbe scoraggiante cominciare male. Per fortuna saliamo a bordo poco prima che parta, e ciò lascia ben presagire per il futuro di tutta la vacanza: si sa che chi ben comincia è a metà dell’opera.

Oslo

Tags: norvegia svezia finlandia scandinavia interrail diario viaggio
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